Al Bottegon.
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- 29 nov 2025
- Tempo di lettura: 8 min
E' una rarità, al giorno d'oggi, trovare luoghi che possano ben esemplificare quella che doveva essere la vita semplice d'un tempo - e nemmeno troppo tempo fa - e che siano ancora oggi frequentati, come allora, dalla gente del posto, con le sue abitudini, le sue tempistiche, le sue stranezze e peculiarità.
E' ancora più difficile trovare luoghi del genere in una città come Venezia, che sembra aver un po' venduto l'anima alle divinità del profitto, svuotandosi inesorabilmente sempre più di quella popolazione autoctona che è stata, per secoli, al contempo matrice e tessuto di una grande nazione. E' difficile, dicevamo, trovare luoghi del genere, ma assolutamente non impossibile.
Quando mi trovo nella situazione in cui 'scopro' luoghi del genere, osterie o musei che essi siano, sono sempre combattuto nel momento in cui devo parlarne. In primis perchè il rischio che si corre - sono ben consapevole di ciò in queste pagine - è di fondere le impressioni del momento, i ricordi dei Bei Tempi Andati, sentiti-dire e luoghi comuni in una accozzaglia che risulta come uno sterile incensare, privo di concretezza ed obiettività. Questo è particolarmente vero, altrettanto pericoloso, quando si parla di posti che sono, per anagrafica e cultura, comunque almeno un po' lontani dalle nostre origini.
Con questa consapevolezza, mi accingo a parlare di un bàcaro che per me a Venezia domina su tutti gli altri, che è stato parte, in un modo o nell'altro, di tutte le mie scorribande lagunari degli ultimi quindici anni e che è, appunto il cosiddetto 'Bottegon', ufficialmente noto come Cantine del Vino già Schiavi. Prima di descrivere questo luogo che è, a suo modo, storico, mi sembra doveroso e giusto tentare di spiegare, a chi si imbatte in queste righe, che cos'è un bacaro: parliamo di un luogo pubblico, tipico e diffuso appunto dell'area veneziana, nel quale la costante è la mescita del vino, generalmente attinto da damigiane, sistemi alla spina o bottiglie più o meno ambigue, dall'etichetta non necessariamente nota; tutto il resto, soprattutto in termini di cibo servito, è totalmente variabile da locale a locale, per quanto - specifichiamolo prima possibile - non si parla di ristoranti nè di osterie, anche se i bacari di più recente fondazione tendano ad accogliere anche tavoli e sedie, per una consumazione più comoda. La consuetudine locale vuole che, in associazione al bicchiere di vino, generalmente di piccole dimensioni ed economico, accessibile a tutti - rosso o bianco, dunque ombra o bianchetto che sia - si accompagni un cichèto, termine autoctono storpiato ed italianizzato in 'cicchetto', che rimanda erroneamente a qualcosa di potabile: parliamo di singoli bocconi, perlopiù pane accompagnato a qualcosa, salumi, pesce, verdure, ma anche polpettine, polipetti o cibo comunque di piccole dimensioni, consumabile in modo pratico e veloce, pragmatica crasi del vivere veneto che ancora oggi prova ad accompagnare la soddisfazione con l'efficienza e la sobrietà - quest'ultima riferita, specifichiamo, al gusto. Anche il cicheto, generalmente, tende ad essere economico come il bicchiere di vino. Mentre la logica dietro il termine 'bianchetto' è facilmente intuibile, il termine 'ombra' o 'ombrina' si perde in un misto di storia e leggenda - cosa in cui i veneziani sanno eccellere quasi quanto gli inglesi: si narra che, secoli addietro, la mescita del vino a Venezia avvenisse ai piedi del campanile di San Marco o meglio, all'ombra del campanile; le bancarelle, si narra, fossero addirittura attrezzate a spostarsi in accordo all'ora del giorno, sempre alla ricerca dell'ombra. Non era vezzo, ma necessità: bisognava proteggere una materia prima - spesso e volentieri Malvasia - fonte di sostentamento per chi la vendeva, che era costosa e veniva dalla Grecia, dalla Dalmazia o dalla più vicina Istria E anche se oggi è ben altro che viene venduto all'ombra del campanile, la tradizione è rimasta, particolarmente viva nella popolazione locale.
Terminando questo breve ma necessario cappello introduttivo sui bacari, è altrettanto necessario specificare come questa particolare tipologia di locale stimoli appunto una consumazione - per quanto ripetibile a volontà - rapida e da effettuarsi in piedi, spesso nemmeno all'interno dei locali, talvolta anche particolarmente angusti. Questo stimola l'allegro affollamento di fondamenta, calli e campi adiacenti questi luoghi di aggregazione, facilita la conversazione, la conoscenza reciproca e rende più facile il passare oltre, alla prossima fermata, per l'ombra successiva, con il suo cicheto.
Ritorniamo al Bottegon, luogo del cuore non solo del sottoscritto. E' un bacaro aperto in orari molto particolari, che chiude spesso e volentieri presto, che la domenica non apre, nel quale la folla è sempre cospicua e dunque il servizio è sempre senza fronzoli e funzionale. Lo si trova in Fondamenta Nani, lungo il rio di San Trovaso; quest'ultimo è una delle vie acquee che conducono dalle Zattere e dunque dal canale della Giudecca, dritto nel cuore della Venezia più autentica, ancora vera. Quello che mi ha sempre colpito di questo posto apparentemente senza pretese, è l'insegna di legno incastonata nella facciata dell'edificio e che si estende ad abbracciare, decorandole, sia la porta d'ingresso che la vetrina colma di bottiglie in vendita. Una piccola insegna bianca al neon, che viene accesa solo di sera, reca la scritta rafforzativa 'Vini al Bottegon'. L'insegna lignea mi ha sempre ricordato quelle, forse più laccate e meglio tenute, dei pub in Inghilterra: quando il pittore inglese mi disse di aver comprato quel Cabernet proprio lì e definì il Bottegon come il suo 'local' - termine usato Oltremanica per riferisi con affetto al proprio pub di fiducia, all'abbeveratoio ricreazionale di riferimento - non ne fui così tanto stupito. Un po’ per la relativa vicinanza a casa: una fermata di vaporetto e un centinaio scarso di metri a piedi; ma soprattutto, in realtà, perché ho sempre pensato che ci dovesse essere qualche morboso legame tra Venezia e Londra in particolare. Venezia è da sempre stata, in particolare negli ultimi tre secoli, un approdo per britannici in fuga o alla ricerca di avventure sulle vie dell’Oriente - Byron, Ruskin. Sarà la nebbia, le acque di colori ambigui, la presenza dei bacari che, sebbene meno stanziali dei pub, offrono conforto eno-sociale, gli inglesi spesso a Venezia si sentono a casa. Al Bottegon, in effetti, qualche tavolo in fondo, nascosto, forse perennemente riservato, c’è pure; io e lei però, così come anche io da solo in altre occasioni, non mi sono mai accomodato. Ho sempre fatto, come tutti d’altronde, la mia bella lunga fila, che a volte gira a curva sulla fondamenta ed esce dal locale, per prendere due o più bianchetti, piattini con cicheti vari, pagare e andare a mangiare sul muretto davanti al locale o, meglio ancora, dall'altro lato del ponte di San Trovaso. Questa è l’operazione che ritualmente si esegue, in genere, di bacaro in bacaro. L’interno del Bottegon, dominato dall’ampio bancone con vetrinetta per i cicheti sulla destra, è pressoché completamente in legno, pieno zeppo di bottiglie, gente e un profumo antico che sa di vecchia locanda e di tempi andati. Le luci basse e calde creano quell’atmosfera al contempo rassicurante per chi è dentro, invitante per chi è fuori. E questo lo dico non solo in base alla mia esperienza personale, ma anche e soprattutto a uno studio effettuato proprio dal pittore inglese: seduto al cavalletto dall’altro lato del ponte, esattamente dove io e lei qualche tempo fa un giorno di sole ci sistemammo a bere e mangiare, il pittore si era divertito a dipingere in acquerello il suo adorato Bottegon, a varie ore del giorno e della sera. Uno di questi studi, probabilmente una tarda mattinata di sole, campeggia al momento nel mio studio. Quel giorno in cui io e lei bevemmo dall’altro lato del ponte, di fronte al Bottegon, era in effetti una tarda mattinata in cui il sole era particolarmente forte; eravamo saliti a Venezia proprio con il proposito di comprare uno di quegli acquerelli e scelsi una scena diurna in ricordo di quel momento di amore spensierato. Tuttavia, il Bottegon da il suo meglio, secondo me, all’imbrunire: c’è meno gente, anche i turisti occasionali sono ritornati da dove sono venuti e le persone camminano con un passo più felpato, più compassato, specialmente perché nel silenzio o quasi della fondamenta, i passi sono tranquillamente distinguibili, uno per uno e rimbombano nelle acque. E anche se quel posto l’ho vissuto anche di sera, sia da solo che con lei, è più la scena serale dipinta dal pittore inglese ad essere fissata nella memoria - strani scherzi della mente - che gli effettivi ricordi che ho. Il pittore, per eseguire quella serie di dipinti, era andato a piazzarsi precisamente nell’incontro tra la fondamenta Sangiantoffetti, al momento erroneamente chiamata fondamenta Toffetti e il campo San Trovaso, dinanzi alla facciata orientale della chiesa omonima. Tra la chiesa ed il ponte che porta lo stesso nome e che conduce appunto al bacaro di cui stiamo parlando, c’è una casa color senape, vecchia d’un centinaio di anni: non una casa qualsiasi, ma quella di Italico Brass - noto come il pittore di Venezia - nonno del già pluricitato Tinto. Sarà forse una storia che si perde nella leggenda ma, si narra, che il padre del piccolo Italico lo avesse portato sugli spalti del castello di Gorizia, città d’origine, dal quale era visibile laggiù, in fondo, la laguna di Venezia con la città illuminata, soggetto dei suoi quadri, ossessione sua totale; ne fu stregato al punto tale da trasferirsi lì con la moglie, dopo aver girato l’Europa ad imparare il mestiere. Curiosamente Brass senior diceva di se di avere uno stile proprio, di non avere né maestri né discepoli; a mio avviso tuttavia, dopo aver trovato tra le sue opere dimenticate una vista curiosamente innevata di campo San Trovaso, del ponte omonimo e di quello che già era il precursore del Bottegon, simile alla vista che si trova negli acquerelli del pittore inglese, di discepoli almeno uno ne ha avuto. Ma avremo modo di elucubrare ulteriormente su queste faccende nelle prossime pagine.
Dal Bottegon illuminato, anni fa, io e lei uscimmo con una bottiglia di Sauvignon friulano ed un pacco pieno di cicheti - ricordo ancora quello con tartare di tonno e cacao amaro - la cena ideale nella nostra stanza presa per l’occasione al Molino Stucky. Il freddo quella sera era pungente, eravamo stanchi perché anche in quella occasione eravamo arrivati al mattino e lei aveva bisogno di riposare. Credo di aver assaporato un attimo di felicità nell’osservarla mentre, tra una chiacchiera e l’altra, lei prese sonno pian piano, mentre io davo il colpo finale a quella bottiglia e all’ultimo cicheto incartato. E ancora oggi quando capita che la giornata non è andata proprio in modo perfetto e ho bisogno di una coccola mentale, ritorno con gratitudine a quel momento. Quella sera era la prima volta che lei veniva esposta alla venezianità, quella vera, ancora sopravvissuta e pure ruvida a tratti, un po’ con quell’aria scettica che hanno i napoletani - quelli veri, quelli che hanno la tradizione cucita addosso e la vestono con eleganza. Ne fu incuriosita, affascinata, sembrò cominciare ad intuire i motivi della mia ossessione con la città. Tutto quel legno a terra, sul soffitto, le lampade che starebbero bene anche sottocoperta in una barca - ecco, quella è l’impressione che da quel piccolo bacaro di Dorsoduro. Un rifugio dove fermarsi e rinfrancarsi. E dove artisti, studente e gente comune si fondono ordinatamente e condividono il momento. Ed io che credevo che piacesse solo a me…siamo in molti a crederlo, penso. Quel giorno - ironia - non ci fermammo lì per errore, ma essendoci passati davanti per andare ad incontrare gli amici, non potevo non includere quella che per me è una sosta imprescindibile. Anche perché mi è appunto bastato passarci soltanto davanti, per stimolare tutte queste parole.

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