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La caxa de i Brass

Immagine del redattore: G F
G F
4 ore fa
Tempo di lettura: 4 min

Una volta percorsa per intero la sacca della Toletta, mi ritrovai nuovamente di fronte al ponte de le Maravegie e, improvvisamente, mi ritrovai completamente solo, o almeno da solo con il whisky doppio che mi portavo dietro - appositamente, direi - sin da campo Santa Margherita. E appunto una volta lasciato alle spalle campo Santa Margherita e la sua folla notturna, per lo più di studenti, dal ponte dei Pugni a campo San Barnaba, fino alla Toletta, la poca gente intorno diventata gradualmente sempre meno, fino appunto al momento in cui ho letteralmente percepito la solitudine e questa sensazione, soprattutto per chi non la conosce di notte a Venezia, può essere quantomeno fastidiosa. Personalmente, invece, adoro la notte a Venezia, il silenzio più assoluto, rotto ogni tanto dal placido fluire delle acque quasi immote e disturbate solo dal vento; quell’illuminazione pubblica pressoché inesistente che riporta dietro di quasi tre secoli e conferisce alla città, ai suoi palazzi torreggianti come enormi moli nella penombra, una qualità spettrale unica nel suo genere, che mi suscita sempre contemplazione, riflessione e un discreto rallentamento nel ritmo della camminata. Comprendo che questo velo di malinconia e, per certi versi, di incerta oscurità che si poggia sulla città nottetempo, può essere anche un fattore respingente, specie in alcune stagioni dove a tutto ciò si aggiunge un’aria dal respiro salmastro; eppure tutto ciò mi attrae in modo quasi irrazionale, specialmente in considerazione del fatto che buona parte della bellezza di questo posto è apprezzabile appunto alla luce del giorno. Non v’è luce senza oscurità, però. Davanti al ponte delle Maravegie potevo decidere se proseguire a destra, sulla fondamenta Toffetti - più correttamente Sangiantoffetti, prima che venisse toponomasticamente troncata - o salire sul ponte e andare sulla fondamenta opposta, per allungare il percorso di ritorno alle Zattere e godermi un po’ meglio lo spettacolo del rio di San Trovaso di notte. Mi fermai al centro del ponte, rivolgendo lo sguardo verso il canale della Giudecca, che si intravedeva in fondo, oltre il ponte Longo. Tutto era profondamente - apparentemente - immoto, cristallizzato. Fioca ed artificiale ballava la fiamma della candela finta posta davanti ad un’edicola votiva accanto al Bottegon, lentissima l’acqua si lasciava trascinare da una brezza un po’ fastidiosa. Oltre me, non un’anima in giro a godere di questo spettacolo: il rio che buio andava a morire nel canale in fondo, le alte case che si fronteggiavano nell’ombra, simmetricamente poste ai lati del corso d’acqua, le fondamenta punteggiate da lampioncini minimi, che da lontano - e forse anche da vicino - avevano più un ruolo appunto decorativo che funzionale. Decisi di andare ad ammazzare il whisky davanti al Bottegon, affacciato al muretto, accanto al ponte di San Trovaso, posizionandomi precisamente in una porzione di fondamenta che il pittore inglese incontrato in mattinata aveva ritenuto meritevole di un quadro che, casualità, è appeso nel mio studio. La vista che mi si apriva davanti, dal muretto era appunto quella degli spazi nei quali il pittore aveva dovuto sedersi, riflettere, magari buttare giù qualche schizzo prima di completare l’opera in studio. Ed era una vista magnifica, sul campo di San Trovaso e sulla chiesa omonima, che presenta due facciate identiche - si dice per consentire a due fazioni rivali di entrare entrambe pacificamente dalla porta principale - e che per questo è sempre stata per me doppiamente interessante. Al suo interno, quasi nascoste, ci sono le Tentazioni di Sant’Antonio, del Tintoretto. Non è raro, invero, che a Venezia si ritrovino capolavori di tal fatta in chiese che si oserebbe definire minori o non propriamente turistiche, affacciate su campi apparentemente senza particolari attrattive. Avendo però, come dire, indugiato parecchio davanti al Bottegon nelle mie varie incursioni veneziane, sono stato sempre attratto dalla casa color ocra che chiude il campo di San Trovaso, dinanzi al ponte omonimo e che si apre appunto sulla fondamenta Toffetti. È una casa ricca di patere, sculture parietali, un’imponente piera da camin, un mascaron, oltre a un inquietante e pelosissimo salvadego sull’angolo. Era la casa del pittore Italico Brass e, presumo ancora oggi, di ciò che rimane della sua famiglia, del suo nipote Giovanni, ribattezzato scherzosamenteTinto dal nonno, per una iniziale propensione al disegno che poi si è tramutata in altre forme d’arte, dove tuttavia - sui contenuti il giudizio è personale e di chi legge, oltre che di chi scrive - ritrovo la linea dell’eleganza veneziana, spesso esuberante, talvolta sobria, in un contesto spesso nebbioso e cupo, contraltare dell’atmosfera agrodolce carnascialesca, colorata, caotica. Questa alternanza tra luce e buio, gioia e malinconia, movimento e stasi, profumo ed olezzo, presente e passato, vita e morte, tutto ciò è lo spirito di Venezia. Basta guardare i dipinti di Brass per capirlo, se non si ha modo di andarci: scene di assoluto trionfo della quotidianità, di maltempo, neve, si alternano a momenti più mondani, passeggiate, al Carnevale, in uno scandire del tempo, quasi da cronista, minuto per minuto, costruendo un futuro rispetto al quale è più prudente non fare pensieri. Anche in quest’ottica interpreto la scelta del Brass nipote, in apparenza superficiale, di dedicarsi al faceto; d’altronde ci sono tante vie per arrivare alla Verità e ognuno sceglie la propria. Lui scelse per sé quella di un’arte in movimento, della celebrazione del corpo femminile - di alcune parti del corpo femminile per essere precisi - della sua città e delle forme, concavità e convessità, che sono comuni appunto sia alle donne sia alle acque, ai palazzi, alle calli di Venezia. Finii il whisky, specie perché rimanere fermi di notte a Venezia, a contemplare, significa farlo al freddo e al vento, un rischio da preventivare. La casa dei Brass, nel buio, vuota, sbarrata, quasi abbandonata, è in realtà un museo ricco d’arte messa insieme dal previdente nonno artista e mantenuta dalle generazioni successive, che però non hanno saputo darne una forma concreta, nel momento in cui le generazioni più anziane hanno cessato di esistere. E così, come il resto della città, sintomaticamente la casa dei Brass lentamente muore, sotto i colpi dell’acqua, del tempo e soprattutto dell’uomo.


A Giovanni ‘Tinto’ Brass 1933-2026.


Processione a San Trovaso, Italico Brass
Processione a San Trovaso, Italico Brass


 
 
 

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