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TŌKYŌ SPARKRING 東京 スパークリング

  • Immagine del redattore: G F
    G F
  • 2 giorni fa
  • Tempo di lettura: 5 min

Il viaggio in Shinkansen da Kanazawa a Tokyo fu relativamente rapido, rapportato alla distanza tra le due coste del paese, e in poco più di due ore passammo dal grigio cielo del Mar del Giappone al grigio cielo della conurbazione più grande del mondo. Non si sa che pensare, quando ci si approccia ad un luogo di dimensioni così mastodontiche e soprattutto in prossimità dell’arrivo. Nonostante nell’epoca dei social, ormai, l’effetto sorpresa sia ridotto veramente ai minimi storici, è letteralmente impossibile non provare una sensazione mista, agrodolce, prevalentemente a base di curiosità, quando si arriva a Tokyo. A fare da contrappeso all’eccitazione del momento, c’e la certezza che un qualcosa del genere non si sia mai visto prima nella vita: un luogo moderno eppure antico, dall’illuminazione talvolta eccessiva, altre volte delicata, lentamente veloce (o velocemente lento?), apparentemente senza dio eppure intriso di devozione sia popolare, sia piu profonda. Insomma, una insalata mista degli opposti di tutto ciò che si trova al mondo, città sovraffollata, un formicaio abitato anche e soprattutto dalla profonda solitudine e dall’individualismo indotti in milioni di persone dalle logiche di quella vita moderna che ancora ancora non riusciamo a riconoscere pienamente come una forza auto-distruttiva. Questa forza, cosi intrinseca nell’animo nipponico - parliamo di un popolo che comunque, spesso per noi inspiegabilmente, butta giu palazzi, templi o costruzioni in generale soltanto per ricostruirli uguali, nello stesso posto - è controbilanciata da un flusso vitale collettivo talmente potente da sembrare un essere dotato di vita propria: spesso mi è capitato, nei giorni passati a Tokyo, di perdermi ad osservare la folla, la massa ed i singoli che all’interno della stessa massa si muovevano all’unisono; e questo atteggiamento collettivo, veloce e cadenzato, quasi studiato come se fosse un compito da eseguire, si traduce non solo nello spostarsi caotico eppure ordinato delle persone, ma in un atteggiamento nei confronti della vita, del lavoro, anche dell’attività piu banale, che risulta in una città curata, con un altissimo tasso di occupazione, con infinite possibilità lavorative e di divertimento e che, non tantissimo tempo fa, era poco più che un villaggio di pescatori, Edo. Questa forza di volontà, che i giapponesi non sembrano sapere impiegare altrettanto efficientemente nella risoluzione delle questioni piu intime e personali, anche nel secondo dopoguerra quando la nazione e la sua capitale si può dire fossero letteralmente in ginocchio, è stata la linfa vitale che ha tenuto in vita una intera comunità, che ha potuto lasciarsi dietro i giorni piu bui, seppur con cicatrici talvolta ancora evidenti. Per tornare a discorsi piu terreni ed entrare nel vivo del discorso, a proposito di cicatrici, l’enorme stazione di Tokyo è apparsa ai miei occhi proprio come una cicatrice architettonica: immersa tra palazzi moderni, altissimi, pieni di vetro e luccichii, l’edificio, per quanto immenso, è particolarmente basso ed è costruito in uno stile che si direbbe piu adeguato altrove, quasi coloniale britannico. Ma prima di arrivare a vedere la luce e dunque siffatta architettura, fu necessario un cammino da labirinto cretese. Se vogliamo, in realtà, rimanere sul genere dei paragoni, uscire dalla stazione di Tokyo - non solo da quella centrale, invero - è una vera e propria odissea: corridoi, giravolte, infinite tentazioni, prevalentemente gastronomiche, suoni, luci e flussi di gente che va di qua, di là, di sopra, di sotto, con l’uscita che sembra un miraggio. Non posso dire di non aver ceduto e con estremo piacere, ad alcune delle offerte alimentari, tutti bocconcini dall’aspetto estremamente curato, quasi finto per quanto bello. Il cibo da stazione in Giappone, ma qui in particolare, tocca delle vette di qualità, di perfezione, che raccontarlo è difficile senza sembrare i classici viaggiatori illuminati, che hanno colto l’essenza. Fatto sta che uscimmo dalla stazione, alla fine, con in mano dei korokke perfettamente confezionati, un fritto quasi immacolato, del quale avremo modo di parlare in modo più approfondito più avanti. Usciti all’esterno, il contrasto tra la luce quasi bianca emanata dal cielo, i vetri dei palazzi alti della zona e i mattoncini della stazione era ben evidente. Una volta seduti su una panca, ci accorgemmo che mancava un elemento fondamentale per mandare giù la friggitoria nipponica: la birra. Localizzato il konbini più vicino, mi procurai della birra - Sapporo ovviamente - e ritornai alla panca. Mi fermai da lontano ad osservarla, di spalle, seduta elegantemente, con in mano l’immancabile libro di Murakami, completamente fusa nell’ambiente che la circondava, un angolo di pochi metri quadri di erba ed alberi nel bel mezzo del caos cittadino. Sembrava essere nata e cresciuta su quella panchina, totalmente a suo agio. Mangiammo con calma, assaporando la calma di quel momento, prima di fare la nostra conoscenza con quel mondo parallelo e sotterraneo, quella fitta rete nascosta che è la metropolitana di Tokyo. Fu molto meno complicato di quanto preventivato e dopo qualche fermata eravamo arrivati nei pressi dell’hotel, posto nel bel mezzo dello Shiba-koen, il parco del principe di Shiba, accanto al quale svetta, gioiosamente snella, la torre di Tokyo. L’alternanza tra verde ed asfalto, grattacieli ed edilizia più umana, più locale, è una delle chiavi che rendono Tokyo, tra le città enormi, più vivibile di altre. Entrammo nell’hotel, altissimo, quasi consapevoli di quanto stava per succedere. Lei sorrideva felice. E se escludiamo il breve momento nel quale smise di farlo, per un problema di prenotazione prontamente risolto, continuò a farlo per la settimana successiva quasi ininterrottamente. Ci fu data una stanza al diciannovesimo piano e l’ascensore, completamente di vetro, ci portò a destinazione in meno di dieci secondi, lasciando scorrere rapidamente stanze, porte, finestre davanti ai nostri occhi, quasi frastornandoci. Complice l’errore di prenotazione, mi fu consentito con pochi spiccioli di prendere una stanza migliore, più in alto e con visti. Mai scelta più azzeccata. L’enorme ambiente nel quale entrammo, confortevole anche solo alla vista e più grande di tutte e tre le stanze nelle quali eravamo stati nei giorni precedenti - tutte e tre insieme - era chiusa da una grandissima vetrata, oscurata da una tenda. Istintivamente, corsi ad aprire e davanti apparì esattamente ciò che avrei voluto: l’enorme distesa di Tokyo, sotto di noi ed accanto a noi; in particular modo la mole imponente della torre di Tokyo a brevissima distanza, sulla sinistra, da molti banalizzata come un moderno tentativo di tour Eiffel color arancio brillante, eppure di un fascino magnetico ed ipnotico, sia per me che per lei. Eravamo così in alto con la stanza da stare ad un livello quasi ad un terzo, o poco più, dell’altezza della torre e questo creava un effetto bizzarro, facendo sembrare la torre - di poco più alta della madre parigina - molto più bassa di quanto non fosse. Ma lasciando stare la torre, che sembrava quasi a portata di mano, la selva di grattacieli, torri, palazzi di ogni genere era impressionante, una distesa quasi infinita che culminava all’orizzonte con la massa cilindrica ed enorme del Tokyo Skytree, gigantesca torre perennemente animata da giochi di luci. Mi affacciai al balcone e sotto di me comparve la perfetta sagoma ovale del giardino centrale del parco di Shiba, dove famiglie, bambini, cani, correvano all’impazzata godendosi le ultime ore di luce della giornata. Accanto a questa scena idilliaca, accanto alla torre altissima e moderna, il parallelepipedo dell’hotel, proiettava la sua ombra su un importante complesso templare buddhista, il Zōjō-ji, nel quale, alle cinque, una campana rituale ha puntualmente cominciato a suonare. Era tutto così surreale, una commistione quasi impossibile, un sogno. Al suono della campana, si mescolò il suono del campanello della stanza: il direttore dell’hotel, costernato per l’errore di prenotazione, ci aveva mandato una bottiglia di spumante australiano, perfettamente confezionata, ghiacciata e pronta all’uso. “Sparkring, for you” - disse la gentile signorina incaricata della consegna, provando a pronunciare la L in sparkling - spumante - nel miglior modo possibile. Tuttavia, quella bottiglia - senza velleità d’offesa - è rimasta e rimarrà di sparkring. Facemmo saltare il tappo e davanti a quel panorama impressionante, le luci cominciavano quasi ad accendersi, bevemmo una delle bottiglie migliori e più brevi delle nostre vite.



 
 
 

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