Sanjūsangen-dō 三十三間堂
Eravamo appena arrivati nell’antica capitale, Kyōto e il distacco dalla non lontana Ōsaka è stato subito evidente. Il treno regionale - o almeno quello che noi definiremmo così - aveva egregiamente coperto in circa 45 minuti e per davvero pochi spiccioli la distanza tra due poli di questo paese, tanto opposti quanto vicini. Dopo aver abbandonato le nostre cose nell’hotel relativamente centrale che avevamo, decisi che era giunto il momento di cominciare a conoscere il Giappone che eravamo venuti effettivamente a conoscere. Che era anche quello di Ōsaka - casinista, abbagliante, parecchio kitsch - ma era soprattutto un Giappone interiore, un viaggio dall’altro lato del mondo che culmina, paradossalmente, dentro noi stessi. Dunque, contro ogni scelta economicamente sensata - sia benedetto Uber - in meno di quindici minuti eravamo alle porte di un luogo che ha segnato la mia vita e, soprattutto, quella della donna che cammina al mio fianco. Sanjūsangen-dō: il tempio dai trentatré spazi tra le colonne. La logica descrittiva e toponomastica nipponica è talvolta talmente diretta, ferrea - teutonica, direi - da strappare sorrisi anche quando non dovrebbe. Il tempio si dipana nello spazio sfruttando la lunghezza piuttosto che l’altezza e quindi nel grigio di quella giornata poteva risultare - poteva - particolarmente anonimo e privo di attrattiva. E nonostante sia un tempio della scuola Tendai, il minimalismo esteriore della struttura è quasi Zen, con decorazioni ridotte al minimo. Prima di entrare, ci fermammo in un santuario shintoista che coerentemente - nel contesto della crasi tra tradizioni religiose nipponiche - si trovava nel complesso del tempio. Lei si portò davanti all’altare, oltrepassando il torii di legno laccato e lanciando qualche yen nell’apposita cassetta, richiamò il kami Inari scuotendo la spessa corda appesa dinanzi all’altare. Fu tutto molto naturale, come se lei l’avesse sempre fatto. Lasciò un’altra moneta in offerta e portò con sé un amuleto porta fortuna, che sembrava attendere proprio lei per cominciare un viaggio altrove nel mondo. Quello fu davvero un bel momento: vidi lei tornare la bambina che era, essere se stessa, fare ciò che lo spirito libero che la abita la portava a fare e poi la vidi tornare ad essere la donna che ho sposato, prendermi per mano, prima di entrare nel tempio.
Non si può entrare all’interno di templi come questo senza togliersi le scarpe. È un gesto che ti obbliga all’umiltà, al camminare con i piedi per terra, a percepire ogni passo per quello che è, a vivere il momento. In un certo senso, è quello che il buddhismo invita a fare in generale. Tolte le scarpe, scalzi, ci avviamo verso la lunga sala che, nei trentatré spazi tra le colonne, ospita mille e una statue della dea della misericordia, Kannon - Avalokitesvara in sanscrito. Una figura di accompagnamento al Buddha, o sarebbe meglio dire ai Buddha, di fondamentale importanza nella tradizione giapponese. Kannon è una figura femminile, dallo sguardo tenero, che nella dottrina buddhista - in particolare modo ripresa dal sutra del Loto - si dice venga incontro alle richieste della misera umanità, mostrando ascolto, misericordia: concetti che chi ha frequentato chiese o affini ha, in forme più o meno similari, già assorbito abbondantemente. Per attuare il suo scopo di aiuto all’umanità, Kannon, che è un bodhisattva- un essere che ha raggiunto la piena Illuminazione ma rifiuta di chiudere il ciclo delle sue esistenze terrene pur di aiutare l’uomo - può assumere innumerevoli forme. Tutte. Ed è per questo che viene raffigurata talvolta con undici testa o con innumerevoli braccia, come a voler rendere visivamente il concetto di aiuto ed ascolto per tutti. Da qualche tempo scherzosamente - o forse no - sostengo che la nostra piccola Ivana altro non è che una manifestazione di Kannon sotto forma di cane pechinese. E non sbaglierei nel dire che in momenti alquanto duri della mia vita, è stata proprio Ivana ad essere una fondamentale figura di conforto. Tornando al tempio, svoltato l’angolo dell’umile ambiente dove abbiamo abbandonato le nostre scarpe, la distesa infinita di statue d’oro di Kannon, sistemata su una tribuna bassa e lunga, è stata talmente troppo per le nostre menti e i nostri occhi che c’è voluto qualche momento per comprendere effettivamente la bellezza devastante di ciò che ci stava davanti. L’esatto opposto del minimale complesso in legno visibile all’esterno. Entrambi siamo caduti in un silenzio rispettoso, immersi nel profumo di legno antico ed incenso acceso dinanzi alle statue. Al centro della galleria, con statue sulla destra ed il muro perimetrale sulla sinistra, si situava la statua più grande ed imponente della dea così opulentemente ed abbondantemente raffigurata. Dinanzi a Kannon, tirai fuori una moneta dalla borsa, la lanciai nella cassetta ed estrassi una bacchetta d’incenso dal contenitore, per accenderla ed infilarla in un vaso colmo di sabbia. Non avevo parole da dire, se non gratitudine per quello che stavo vivendo e protezione - da qualsiasi parte arrivasse - per chi mi sta intorno. Quando venne il momento di spostarmi da lì, mi resi conto che anche lei era molto presa dal luogo e da quel momento. Era come se entrambi - ma soprattutto lei più di me - ci fossimo resi finalmente conto di essere i granellini di sabbia nel deserto che effettivamente siamo. Forse per la prima volta ho visto lei riconoscere tacitamente l’esistenza di qualcosa più grande dell’umanità o almeno del sistema di pensiero umano che crede di essere in controllo di tutto. Dirigendoci verso l’uscita da quella galleria piena d’oro e viva, semplice spiritualità, abbiamo gradualmente entrambi perso peso, lasciando gli inutili orpelli altrove, per proseguire il nostro viaggio - non solo in Giappone - più sereni, più liberi, più consapevoli. Forse i pochi yen spesi per entrare in quello spazio colmo di tradizione, devozione ed incenso, sono stati uno degli investimenti meglio riusciti delle nostre vite.

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Hai saputo esprimere a parole esattamente quello che avevo dentro di me. Ti amo!